giovedì 14 dicembre 2017

Melanie Mau & Martin Schnella

MELANIE MAU & MARTIN SCHNELLA – The Oblivion Tales
Autoproduzione
Genere: Acoustic Prog Rock, Celtic Folk
Supporto: cd – 2017


E’ sempre un piacere avere fra le mani un disco che è ben presentato nella sua globalità. La cura per i particolari è arte aggiuntiva alla musica che contiene, un supporto da leggere per un ascolto più esaustivo, quindi mi sento di iniziare questa recensione partendo proprio dall’artwork cartonato ad opera di Martin Huch con l’aiuto di Sascha Storz Photodesign, Horst Lind/Atelier Pregizer, Isa Hausa Illustrations e Martin Schnella stesso.
Le canzoni all’interno sono dettagliate con tanto di credits, foto e disegni, oltre che un intro all’ascolto di Melli & Martin.
Chi sono Melanie Mau & Martin Schnella? Gli appassionati del Prog Rock tedesco conoscono già molto bene gli artisti, in quanto molto attivi in progetti che stanno tracciando strade interessanti nel genere moderno in questione, a partire dai Seven Steps To The Green Door ai Frequency Drift.
Ma con “The Oblivion Tales” si va a scoprire un lato differente dal New Prog a cui ci hanno abituati, qui si va a pescare nel Folk acustico, un mondo pastello come la voce di Melanie e caldo come il suono della chitarra di Martin. Tutti gli undici brani contenuti nell’album sono scritti dai due artisti che per l’opera si coadiuvano di musicisti come Niklas Kahl (cajon, bongo e percussioni), Fabian Godecke (batteria) e Lars Lehmann (basso, cori), oltre che con numerosi special guest.
La registrazione è cristallina, pulita, cassa di risonanza ai brani a partire da “The Spire And The Old Bridge”. Il Folk proposto dal duo non è assolutamente convenzionale, è ricercato sia nelle ritmiche dei riff che nelle coralità, quest’ultime vere e proprie chicche sonore. Definirei il tutto Prog Folk.
Una campana fa da ponte al secondo brano “Treasured Memories”, storie di posti vissuti, frammenti di vita ben rappresentati dai disegni dell’artwork. Colgo di tanto in tanto richiami ai Mostly Autumn, ma qui siamo in territorio decisamente più Folk. Strumenti a fiato dall’antica storia narrano percorsi dal fascino intramontabile.
 “Words Become A Song” è vivace, il lato più cantautorale del gruppo, la canzone è facile da memorizzare e invoglia a cantare assieme a loro. Più intimistica “Close To The Heart”, la voce di Melanie Mau colpisce, mentre la chitarra acustica viene pizzicata con rispetto e delicatezza.
Certi interventi vocali possono richiamare alla memoria gli Evanescence acustici, e questo non è che una sorpresa che di tanto in tanto coglie l’ascoltatore, come in “The Horseshoe”. Un breve viaggio anche nel Country West con “Wild West” per poi ritornare nel Folk Prog più convenzionale in “My Dear Children”. Il brano più lungo con i suoi otto minuti e passa si intitola “Die Zwerge Vom Iberg” e come avrete potuto intuire, il cantato è in lingua tedesca. Un brano più tendente al Rock, pur rimanendo sempre di facile ascolto grazie anche alla giusta melodia del ritornello. Per chi vi scrive è il preferito. Segue “The Dwarfs King”, in esso colgo anche sprazzi di Folk americano. “Erinnerungen” è una dolce ballata, quella che fa sempre scorrere brividi sulla pelle ed il disco si conclude con un tema di chitarra acustica dal titolo “Melanie’s Theme” completamente strumentale.
Una bella storia, un bel percorso musicale da fare tutto di un fiato, suoni che coccolano e che vivono in bilico fra passato e presente, un disco che sorprende sotto molteplici punti di vista. Godetelo. MS


Gray Matters

GRAY MATTERS – Live In Concert
Autoproduzione
Genere: Rock
Supporto: cd – 2017


A pochi mesi di distanza da “The Oblivion Tales” ritroviamo Melanie Mau & Martin Schnella in un nuovo progetto acustico live questa volta dal nome Gray Matters. Con loro suonano Niklas Kahl (percussioni), Fabian Godecke (batteria) e Stephan Wegner (voce). I componenti di Seven Steps To The Green Door e  Frequency Drift invece sono alla voce (Melanie) e alla chitarra e voce (Martin). Il concerto viene registrato allo Stadthalle Osterode in Osterode am Harz, località della Bassa Sassonia in Germania.
Il disco è composto da quindici cover di gruppi ed artisti provenienti da diversi generi musicali, a dimostrazione di una notevole cultura da parte dei componenti. Per facilitare il tutto riporto direttamente la Track listdel disco:
1. Digging In The Dirt (Peter Gabriel) 2. You're The Voice (John Farnham) 3. Conviction Of The Heart (Kenny Loggins) 4. Miracles Out Of Nowhere (Kansas) 5. Green Tinted Sixties Mind (Mr. Big) 6. The Storm (Flying Colors) 7. Message In A Bottle (The Police) 8. Africa (Toto) 9. Close To The Heart (Melanie Mau & Martin Schnella) 10. Curse My Name (Blind Guardian) 11. A Thousand Miles (Vanessa Carlton) 12. I Want You Back (Jackson 5) 13. A Touch Of Evil (Judas Priest) 14. Ain't Nobody (Chaka Khan) 15. Jolene (Dolly Parton).
Si spazia dal Metal al Rock passando per il Punk Reggae, il Folk, il Pop ed il Prog Rock, il tutto sempre in veste acustica.
Le esecuzioni rendono merito agli artisti omaggiati in quanto non versioni fatte per clonare il brano fine a se stesso, bensì sono lette con una visione personale e di carattere. Funzionali le coralità voce maschile/femminile. Fra le mie preferite “Message In A Bottle”, “Africa”, l’epica “Curse My Name”, “A Touch Of Evil” e “Jolene”.
Ma il mio applauso va alla versione live del loro brano “Close To The Heart” tratto da “The Oblivion Tales”.
Un live che ha scaldato la sala Stadthalle Osterode ma che scalderà anche la vostra mente, sempre se lo ritenete opportuno.

Melanie Mau & Martin Schnella sono artigiani della musica e da quando seguo i loro progetti amo un po’ di più ascoltarla. MS

venerdì 8 dicembre 2017

Venegoni & Co.

VENEGONI & CO. – Canvas
CVS/Ma.Ra.Cash Records
Genere: Jazz Rock
Supporto: 2cd – 2017


La storia artistica di Luigi "Gigi" Venegoni parte lontana, dagli anni ‘70 e molti di voi amanti del Progressive Rock italiano avrete già avuto modo di apprezzare la sua musica. Incomincia suonando la chitarra con il gruppo Jazz Rock, Arti & Mestieri di Beppe Crovella per poi lanciarsi nella carriera solista in un contenitore denominato appunto Venegoni & Co, nel quale si vedono passare e collaborare nel tempo numerosi artisti del settore come i sassofonisti Claudio Pascoli e Maurizio Gianotti. I primi due album per la Cramps si muovono sulle orme di Arti & Mestieri, “Rumore Rosso” (1977) e “Sarabanda” (1979). La carriera musicale di Venegoni prosegue nel tempo, registrando altri cinque dischi (fra studio e live) ed inoltre spicca il ritorno con Arti & Mestieri nel 2001 grazie all’album “Murales”. Nel 2007, con “Planetarium”, il gruppo Venegoni & Co. si ricostituisce con i musicisti della prima formazione e dieci anni dopo eccolo per celebrare gli onorevoli quaranta anni di carriera. Questo detto tutto molto brevemente.
“Canvas” ha avuto una gestazione di due anni, per poi essere racchiuso in due cd con l’ausilio importante del compositore e pianista Francesco Sappino.
Molti ospiti dicevo e il disco si apre con il calore di una bossa, grazie al piano di Jason Rebello, noto jazzista inglese che ha collaborato anche con Sting e Jeff Back, il brano si intitola “Il Sarto Di Rio”. Con loro ci sono Alessandro Maiorino al basso e Enzo Zirilli alla batteria. Il calore resta anche nella successiva canzone, ma questa volta è quello avvolgente della nostrana mediterraneità che si può godere nel lento “Le Lune E Il Falò”. Con Venegoni suonano Piero Mortara al piano, Roberto Puggioni al basso e Federico Ariano alla batteria. La morbidezza dei suoni è esaltata dall’equilibrio della registrazione sonora. Profondità e pulizia rendono l’ascolto stereofonico ancor più gradevole. Il ritmo sale con “Anies”, una ballata dai spunti Folk supportata dalla fisarmonica di Piero Mortara. Momenti più ricercati ricadono su “Canvas 01: Train De Vie”, melodie sempre in evidenza ed un approccio più scherzoso. Segue “May Be”, probabilmente fra i frangenti che più mi hanno colpito dell’intero disco, per intensità ed equilibro, fra Jazz e formula canzone. Qui ritorna Jason Rebello al piano. Cresce il ritmo in un altro momento sud americano dal titolo “Inzolia Bajon” scritto da Piero Mortara qui al piano. Avvolgente “Finisterre” e di classe “Santa Fe”, l’animo caldo del Jazz italiano. Breve la seconda parte di “Canvas” dal titolo “Lullaby” e  il primo cd si conclude con il brano più lungo grazie ai quasi nove minuti dal titolo “Cafè”.Qui suonano Venegoni, Rebello, Diego Borotti al sax soprano, Mauro Battisti al basso acustico e Enzo Zirilli alla batteria.
La fisarmonica apre il secondo disco in “Kaleidomar”, altro esempio di suono mediterraneo, di ricercatezza riguardante il legame fra gli strumenti che si ascoltano e si supportano a vicenda nel sostenere la fisarmonica che in successione lascia voce anche alla chitarra. Le percussioni non sono mai invasive, piuttosto sussurrate e delicate, a tessere un degno tappeto d’accompagnamento. Con “Balòn” il discorso mi viene analogo a “May Be”, classe e padronanza.
“Tiritera” gioca sul pianoforte di Mortara, mentre il brano è scritto da Venegoni. Segue “Sweet Song”, nomen omen. Tanta carne al fuoco, tante le emozioni che si susseguono grazie anche ad un attento equilibrio fra brani vivaci e lenti, “Frances Theme” è un mix del concetto, il pezzo scritto da Sappino è più vicino alla formula canzone e ben si lascia ascoltare. Il sax di Diego Borotti apre “Palhaco”, momento caldo come la brace sotto la cenere, apparentemente spenta ma che in realtà scalda con tepore. Altro momento ritmato è “Toninho” ed il titolo anche questa volta indica dove si va a parare.
C’è anche una cover, quella del capolavoro della “futura” Psichedelia dal titolo “Norvegian Wood” concepita dai Beatles. Ovviamente qui rivisitata in maniera totale e con una vena Jazz. Il secondo disco si conclude con “La Scintildanza” e ci si rende conto in maniera convinta che Venegoni è un patrimonio della musica italiana.

Faccio notare che “Canavas” è un doppio cd completamente strumentale (escluso qualche coro di accompagnamento), una scena che non sempre capita di incontrare nel mondo della musica moderna, un passo coraggioso ma anche necessario perché è la musica di Venegoni & Co. che lo richiede ad alta voce, un bel regalo che ti scalda il cuore, da avere e da fare. Musica con la “M” maiuscola. MS 

Starsabout

STARSABOUT – Halflights
Progressive Promotion Records
Distribuzione italiana: G.T. Music
Genere: Progressive/Post Rock
Supporto: cd - 2017


Nuova band dalla Polonia di Post Rock dalle contaminazioni Progressive Rock. Dico nuova in quanto questa nazione ultimamente sotto certi aspetti ci sta invadendo con decine e decine di band dedite a sonorità nostalgiche ed oniriche, per la gioia del sottoscritto ovviamente. Non nascondo che le chitarre scintillanti, sostenute e Psichedeliche in me rovistano l’anima, proprio come hanno saputo fare certi Pink Floyd, Anathema, Airbag e Porcupine Tree. Quindi in teoria sono di parte, ma la mia recensione viene comunque scritta con orecchio attento e corretto, badando esclusivamente alla sincera sostanza.
I Starsabout si formano nel 2012 a Bialystok e i membri che li compongono sono Piotr Trypus (chitarra, voce), Tomasz Kryjan (chitarra), Piotr Ignatowicz (basso) e Sergiusz Pruszyriski (batteria). Esordiscono discograficamente nel 2014 grazie all’EP “Black Rain Love”, ma il vero full-lenght inizia la registrazione nel 2016 e la Progressive Promotion Records lo relega fra le proprie file nel 2017 con il titolo “Halflight”. Otto canzoni ben registrate e calde, ad iniziare dalla title track “Halflight”. Il cantato è in lingua inglese e le atmosfere che scaturiscono sin dalle prime note sono un equilibrio stilistico fra Airbag e Anathema, così nell’impostazione vocale.
Malinconia che stratifica a mezz’aria, echi dall’ampio respiro, un movimento che può far tornare alla memoria materiale dei Pink Floyd, e ben ci si incastona. L’uso delle percussioni è più presente in “Every Single Minute”, più canzone sotto molteplici aspetti. Tutto molto semplice e curato. Personalmente sento la mancanza di un efficace assolo di chitarra che ben si inserirebbe nel contesto, quei assolo che ti entrano dentro e ti fanno chiudere gli occhi, perché le atmosfere in fin dei conti sono quelle.
Un arpeggio di chitarra apre “The Night” e la notte arriva nella nostra mente, una notte però non totalmente oscura, lievemente illuminata dalla luna. Il suono dei Starsabout è semplice, mai alla ricerca di strade impervie, si gioca sul sicuro e si punta più allo spirito che al corpo, i sette minuti di “Black Rain Love” ne sono testimoni. Con una ritmica insistente “Escaped” penetra e perdura nel suo incedere, ancora una volta sottile ed eterea. Qui finalmente un breve assolo di chitarra ma non di Pinkfloydiana memoria come ci si sarebbe potuto aspettare. Suoni Porcupine Tree con tanto di voce filtrata nell’inizio di “Sway”, ancora una volta intrisa di sonorità pacate ed ipnotiche. Gradevole nella melodia la strumentale “20.000 Miles”, canzone più Progressive Rock rispetto il materiale ascoltato in generale. Il disco si conclude con “Bluebird”, otto minuti che esprimono il carattere della band e molto di quanto descritto  nella recensione.
“Halflights” gode di luce tenue, quasi uno spiraglio, non ama sonorità solari, anche se i voli pindarici di tanto in tanto fanno salire di quota. Questo, già lo so, farà la gioia degli estimatori del genere. Una sorpresa. MS



STARSABOUT – Longing For Home
Progressive Promotion Records
Distribuzione italiana: G.T.Music
Genere: Progressive/Post Rock
Supporto: cd – 2017


La band polacca Starsabout prosegue il proprio cammino nel Post Rock con il successivo “Longing For Home” dopo il buon debutto “Halflights”. Ritornano pressoché immediatamente (neppure ad un anno di distanza) con otto nuovi brani e un ottica leggermente focalizzata verso un genere che ha saputo rapire con sonorità semplici. Ebbene rispetto al debutto qui ci sono dei raggi di luce più evidenti, la malinconia la fa sempre da padrona, quella raccontata da Airbag o Anathema per intenderci, ma in maniera meno marcata. La personalità accresce e la si evince sin dal brano di apertura dal titolo “Blue Caress”. Ancora più attenzione per il motivo di facile presa nella successiva “Longing For Home”, semplice da memorizzare e da cantare assieme a loro. Potenziale singolo. Come nel precedente album però mi mancano certi assolo ed è un peccato perché renderebbero tutto molto più fruibile, lo spezzare l’ascolto è fondamentale per non ricadere in loop ridondanti di riff più o meno noti. Malgrado tutto i Starsabout la sanno raccontare giusta, “Cry Me No Tears” per credere.
Apprezzo di più la pacatezza e la gentilezza di “Hourglass”, dove la chitarra acustica accompagna la voce soave di Piotr Trypus nell’inizio del brano il quale lascia campo ad un brano in perfetto stile Anathema, e qui chi ama il gruppo dei fratelli Cavanagh mi ha capito molto bene. Dolce sognare, eppure il raggio di luce a cui mi riferivo in precedenza è sempre presente.
“Stay”, calcisticamente parlando, gioca un ruolo nella discografia Starsabout da mediano, ossia colui che si trova in ogni dove e si sacrifica per la squadra. Qui in definitiva un sunto dello stile e delle capacità tecniche, sempre senza strafare ovviamente, come oramai avrete ben capito. I volumi si alzano e quindi anche nuove sensazioni.
 “I Will Never” è una altro potenziale singolo, sia per motivi di durata (quattro minuti e mezzo) che per linea melodica. Più pacata “Thief”, delicata e sognante. Senza strafare si raggiungono traguardi interessanti, almeno a livello emotivo, perché la musica dei Starsabout è proprio li che va a parare.
Chiude l’album in bellezza il brano più lungo con i suoi otto minuti e passa dal titolo “Million Light Years” e i giochi sono fatti.

Non ho molto da aggiungere in quanto questa essendo musica minimale e diretta all’obbiettivo, non necessita di inutili orpelli. Chi ama il genere sa cosa intendo e chi invece  non lo conosce, magari proprio con questo “Longing For Home” potrebbe avere una bella occasione per addentrarcisi. MS

sabato 2 dicembre 2017

ROCK & WORDS su Radio Gold

ROCK & WORDS su Radio Gold


Il vinile è tornato? Ne avete in cantina o in soffitta di vecchi e volete riascoltarli? Allora vi diciamo anche come pulirli! 
E poi recensione e brano consigliato della settimana. Buona lettura e buon ascolto!

Copia l'indirizzo per andare su Radio Gold: http://www.radiogold.tv/?p=30678


giovedì 30 novembre 2017

The Black Noodle Project

THE BLACK NOODLE PROJECT – Divided We Fall
Progressive Promotion Records
Distribuzione: G.T.Music Distribution
Genere: Psychedelic/Space Rock
Supporto: cd – 2017


Tornano i francesi The Black Noodle Project con l’ottavo disco da studio dal titolo “Divided We Fall”. Li abbiamo lasciati nel 2013 con “Ghosts & Memories”, un disco dalle ottime canzoni ben accolto da critica e pubblico e ci ritroviamo oggi a tessere nuove lodi sul loro operato odierno. Questo perché oramai il gruppo è rodato, dalla rigida  personalità sagomata nel tempo, se poi si considera che la storia inizia nel lontano 2001 da un idea di Jeremie Grima (chitarra, tastiere, voce), allora si comprende quanto è stato forgiato. La band viene completata da Sebastien Bourdeux (chitarra), Tommy Rizzitelli (batteria) e Mobo (basso).
L’artwork ad opera di Emilio Grima ben rappresenta le atmosfere che vanno a scaturire dalla musica suddivisa in sette tracce. Dell’album esistono anche duecento copie stampate in vinile, questo per i cultori del suono e collezionisti.
Ma a volte bisogna svestire gli abiti della pacatezza professionale e lasciarsi andare a considerazioni personali, scusatemi quindi se in questo caso parlo per me e non per voi, ma la situazione è tale da non poterne fare a meno. Il modo di suonare questo genere che valica fra il Prog, la Psichedelia ed il Rock moderno (chiamatelo come volete, Math, Post…non importa) a me squarcia le viscere, detto in parole povere “sbudella”! Mi entra dentro, mi carpisce vecchi ricordi, come facevano certi Anathema, oppure i primi Porcupine Tree. Malinconia, oscurità, solitudine, tristezza, strappati dalle viscere del suono elettrico straziante delle chitarre che si ripercuotono in un loop che sembra non voler mai decollare e che invece ti ha fregato, perché è decollato sin dall’inizio, lasciandoti in alto e non te ne sei neppure accorto….Troppo in alto per capire che le emozioni sono difficili da domare, oramai è tardi. Vertigini.
Suoni semplici, quasi minimali se si va a considerare, eppure diretti allo stomaco pur passando per la mente. Certamente non tutto va per come deve andare, ci sono molti deja vu, canzoni semplici, normali, spesso anche troppo.  Dunque non grido al miracolo, neppure al capolavoro, ho scritto quest’ultima  parola credo per una decina di dischi in tutta la mia vita ventennale di recensore, figuriamoci. Eppure mi prende, che devo fare? La mia obbiettività è offuscata.
“Divided We Fall” è molto più strumentale che cantato (in inglese ovviamente) ed è  composto da sette canzoni delle quali trovo difficoltà ad estrapolarne una in merito. Forse “Absolom”, ma farei un torto alle altre.
L’album è l’ottavo capitolo in studio, e sono certo che a molti questo lavoro non torcerà un capello, già lo so. Io invece godo e vi dirò di più, la sua “banalità” la voglio ascoltare al meglio, alzo il volume e vi saluto! MS


Atlantropa Project

ATLANTROPA PROJECT – Atlantropa Project (English Version)
Progressive Promotion Records
Distribuzione: G.T. Music Distribution
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2017


Costruire una grande diga, prosciugare il Mediterraneo, conquistare nuove terre, unire l'Africa e l'Europa, creando pace. Questa era l'idea utopica dell'ingegnere Hermann Sörgel nel 1920 denominata Atlantropa Project, e questa è l’idea di un concept musicale creato da Atlantropa Project oggi in Germania nel 2017. A proporre questa opera di Progressive Rock sono numerosi musicisti, Lothar Krell (tastiere), Heinz Kuhne (chitarra), Michael Wolff (voce), Elinor Pongracz (voce), Wahrmut Sobainsky (batteria), Michael Wollesky (basso), Ralph Brandmuller (chitarra) e Tony Clarck (voce narrante, chitarra).
Una degna opera Rock nel cd va necessariamente accompagnata da un libretto quantomeno sostanzioso, e così è. In esso tutti i dettagli del caso.
Tanti musicisti, numerosi special guest, tutto questo lascia adito ad un mix di esperienze e quindi di generi musicali, per questo “Atlantropa Project” è un calderone Rock a tutti gli effetti.
Ventitré tracce congiunte, ad iniziare da “A Continent Of Joy”, un intro narrato ed evocativo, con il compito di spiegare all’ascoltatore quale viaggio si va ad intraprendere. E le chitarre elettriche iniziano “The Great Maker” (suddiviso in tre parti), un sound che potrebbe benissimo uscire dalla discografia degli Ayreon, ma il Prog Rock più tradizionale è già dietro l’angolo, Genesis compresi, quelli periodo “Wind And Wuthering”. Sprazzi Ritual e Spock’s Beard fanno capolino di tanto in tanto e l’ascolto diventa sempre più intrigante. Altra canzone suddivisa in tre parti è la successiva “Time To Bid Goodbye”, qui il suono diventa immagine evocativa, in un crescendo sonoro sempre d’impatto. Le melodie sono di facile memorizzazione e gradevoli, pur trattandosi di Prog Rock la formula canzone è comunque rispettata.
L’esperienza dei musicisti si palesa numerose volte sia a livello compositivo che tecnico/strumentale, i paragoni con band famose sono davvero molteplici, ad esempio in “They Want To Steal The Ocean” anche i più preparati di voi noteranno un richiamo agli americani Glass Hammer.
Un dolce arpeggio apre “Gotta Steam The Greedy Water” e la voce femminile di Elinor Pongracz ipnotizza. “Walk Across The Sea” ritorna verso sonorità Ayreon, ma questa volta quelli più sognanti e spaziali. Tutto scorre velocemente e senza intoppi di sorta, la dolcezza di “Mare Nostrum Dream” coccola, mentre “When We All Speak Atlantropan” è la più lunga con i suoi nove minuti di musica, qui ovviamente la band riesce a mostrare al meglio le proprie capacità artistiche. “Dream My Dream” è sognante e martellante nell’incedere, ma è con “Star Atlantropa” che il combo si gioca il Jolly. Suddivisa in tre parti anche lei, ha nell’interno buoni riff, arrangiamenti gradevoli e buone melodie, probabilmente il singolo dell’album. Il disco finisce con “Reprise” ed il cerchio è chiuso.

“Atlantropa Project” è un prodotto che mi sento di consigliare a tutti gli amanti della musica in senso generale, non soltanto a quelli di un settore preciso. Nel frattempo io mi auguro di riascoltarli presto in un nuovo progetto! MS

CLOUDS CAN

CLOUDS CAN – Leave
Progressive Promotion Records
Distribuzione: G.T.Music Distribution
Genere: New Progressive Rock – 2017


Mi resta difficile definire questo album dei Clouds Can, duo poliedrico composto da Thomas Thielen, conosciuto ai fans del genere come T, e Dominik Hüttermann, perché quello che vado ora a scrivere è una ripetizione storica, cioè: “Leave” è un album di musica Progressive Rock e Pop.
Negli anni ’70 da noi il Pop è il primordiale nome del Progressive Rock, quindi mi scuso per questa apparente ripetizione, ma il Pop oggi è ben altra cosa rispetto quello di quaranta anni fa. Detto questo vi addentro nel progetto dei tedeschi in questione, dicendovi che l’album è composto da sette canzoni e che è accompagnato da un cospicuo libretto con tanto di testi, foto e descrizioni del caso. Il disco propone materiale di facile fruizione, a partire da “This Dream Of Me” il quale dimostra come la canzone si può innestare con il Progressive Rock. Le tastiere sono importanti, soprattutto in fase di tappeto sonoro e buone le coralità che accompagnano il canto. Più ricercata “All We Are I Am Not”, inizia con suoni elettronici per poi gettarsi nel New Prog di Marillioniana memoria. Le atmosfere si alternano fra il malinconico e l’enfatico.
“Life Is Strange” mi fa venire alla mente certi inizi degli Arena, band di Clive Nolan (Pendragon su tutti), Mike Pointer (ex Marillion) etc. La voce iniziale filtrata è caratteristica, per poi addentrarsi in atmosfere toccanti sostenute dai lamenti di chitarra in sottofondo. Una formula rodata che funziona sempre e che comunque regala belle emozioni. Assolo di chitarra finale che ci sta come il cacio sui maccheroni!
 “On The Day You Leave” è un lento, qui il cantato rimanda ai Marillion di Hogarth, quelli intimistici, e gli occhi si socchiudono ciondolando al ritmo del piano. Il crescendo sonoro è travolgente, così la melodia che lo sostiene.
Suoni filtrati ed elettronici in stile Porcupine Tree aprono “Like Any Angel”, altro brano di musica Pop Prog gentile e meditativo. A ballate i Clouds Can ci sanno proprio fare, altra rappresentazione sonora arriva da “A Change Of Heart”, i giochi sono semplici, l’anima prima del corpo.
Una sveglia scandisce il tempo, “Insomnia” inizia di soppiatto per poi successivamente  mostrare i muscoli, il brano più elettrico del disco, nervoso, ampio e fragoroso.
“Leave” si conclude con “Always Forever”, sunto delle caratteristiche del gruppo sin qui descritto. Tengo a sottolineare che  tutte le canzoni hanno una durata che oscilla da un minimo di cinque minuti e mezzo al massimo di poco più di sette minuti.
Senza strafare la musica dei Clouds Can è semplice, mi viene da dire “morbidezza”, questa è la sensazione che lascia in me al termine dell’ascolto. MS


mercoledì 22 novembre 2017

Basta!

BASTA! – Elemento Antropico
Lizard Records
Genere: Progressive Rock strumentale
Supporto: cd – 2017


Personalmente ho sempre avuto un debole per i dischi strumentali, non perché non amo le voci nella musica, ma semplicemente perché sono affascinato dalla ricerca sonora e dalle soluzioni che spesso si vanno ad adottare per realizzare un album di Progressive Rock strumentale. Serve coraggio soprattutto oggi nell’addentrarsi in questi meandri, dove la musica predilige avere anche il canto, e le vendite lo dimostrano. In questo caso la voce viene adoperata solamente come fattore narrante. La musica dei toscani Basta! quindi non è di facile collocazione, perché in essa risiedono differenti stili, in più il clarinetto dona al tutto un atmosfera che oserei definire “speciale”. Il gruppo si forma nel 2011 e subito vince l’U-Festival toscano il quale da loro la possibilità di incidere un EP che vede la luce nel 2012 con il titolo “Oggetto Di Studio”, pubblicato da Materiali Sonori. Le date live forgiano l’insieme, e l’esperienza del 2015 al Ver1 2days Prog+1 nel suonare prima della storica band Area ha la sua valenza. Nel 2017 sempre in attività live con il chitarrista Frank Carducci, per poi dare vita a questo album dal titolo “Elemento Antropico”, grazie all’attenzione della Lizard Records, tuttavia registrato nel 2016 e presentato in Francia nel Crescendo Festival.
Il disco ha undici canzoni e la formazione che lo suona è composta da Damiano Bondi (diamonica, tastiere), Roberto Molisse (batteria, percussioni), Saverio Sisti (chitarre), Giacomo Soldani (basso) e Andrea Tinacci (clarinetto basso, sax). La voce narrante è di Riccardo Sati mentre troviamo anche il grande Fabio Zuffanti (Finisterre, La Maschera Di Cera, Rohmer, La Zona, Höstsonaten, L’Ombra Della Sera, La Curva Di Lesmo ed altre ancora) sempre al microfono nel brano “Intro”.
Inizia la storia narrata di Samuel nel brano “Entro Nell’Antro”, una ballata malinconica di buona presa, con forti tinte PFM anni 70, ma è solo una parvenza, l’energia dei Basta! fuoriesce  a metà brano evidenziando una ottima ritmica ben rodata.
“Il Muro Di Ritmini Strambetty” è senza dubbio un ottimo esempio di Crossover Prog, quello suonato anche dagli americani Spock’s Beard. Da ciò potete dedurre che la melodia è forte e ben eseguita, le linee compositive non vanno mai ad intrecciarsi con tecniche strumentali fine a se stesse. Ma la mediterraneità ha sempre la meglio, il sound ci è infine casalingo. Perfetta fotografia del simpatico animale caracollante è “Doombo (L’Elefante Del Destino)”, in un movimento sonoro caratterizzante e dedito anche a momenti più spaziali e sognanti. Prosegue “Zirkus” il discorso intrapreso, dove i Basta! mostrano la sopra citata coesione.
“Entro L’Antro” fa di nuovo escursione fra i frammenti della musica Prog anni ’70, e questo pone l’intero  “Elemento Antropico” in una posizione fra passato e presente davvero godibile e scorrevole. Proseguono le storie narrate di Samuel nel circo fino giungere alla pur breve “Intro” con la voce di Fabio Zuffanti. Più elettrica “Schiacciasassi”, canzone che racchiude in se un solo di chitarra davvero godibile. Per il resto lascio a voi il piacere della scoperta.
“Elemento Antropico” è un disco carico di energia, ben suonato e dalle caratteristiche ben definite, quelle che fanno del nostrano Progressive Rock davvero un mondo unico ed immortale.  
Macché Basta!... Ancora! MS


lunedì 13 novembre 2017

Mozaic

MOZAIC – Find A Place
Autoproduzione
Genere: Fusion, jazz, world music, prog
Supporto: cd – 2017


La musica come linguaggio comune, come supporto alle parole quando queste non bastano più ad esprimere un concetto o a descrivere un luogo. La World Music bene si adatta a ciò, se poi la si va ad arricchire con contaminazioni Jazz Fusion, elettronica e musica araba, allora tutto il contesto diventa ancora più intrigante. Questo è il campo d’azione per una band proveniente dalla Lombardia (Como/Milano) che con il debutto discografico dal titolo “Find A Place”, addentra l’ascoltatore in questi luoghi attraenti, loro si chiamano Mozaic.
Il gruppo prende forma da un idea della cantante, insegnante e direttrice di coro Yasmine Zekri, che estrapola il tutto dalla sua tesi di laurea in Canto Jazz "Il jazz e la musica araba", ricavando spunti da autori come Abdullah Ibrahim, Yusef Lateef, Randy Weston, ma soprattutto Dhafer Youssef e Rabih Abou-Khalil. In questo viaggio sonoro si coadiuva di artisti come Stefano De Marchi alla chitarra (Psicosuono), Daniele Cortese al basso ed Andrea Varolo alla batteria e percussioni. Ci sono anche due special guest, Achille Succi al clarinetto basso e Alberto Ricca all’elettronica.
Lo sforzo creativo dettato dagli innesti di generi, porta al risultato di dieci brani, e questo “Find A Place”  viene registrato nel luglio 2017 presso l'Artemista Recording Studio di Spessa (PV).
Musica che emana calore, sin dall’iniziale “No Place For Minds”, acceso dalla voce di Yasmine. Gli Area di Demetrio Stratos avrebbero detto “Popular Music”, traendo proprio il concetto dal loro modus operandi. Intrigante il momento corale voce e basso su suoni live.
Ed il basso è lo strumento che apre anche la successiva “Colours” dall’incedere decisamente Folk a dimostrazione dell’apertura mentale del progetto Mozaic. La ricerca suono/voce la si evince nell’ascolto di brani come “Mermaid”, mentre il Jazz fuoriesce in “African Rainy Day”.
Soffice e toccante “Daffodils” mentre gli Area questa volta sono chiamati in causa nel suono di  “White Rabbit”. E’ solo un momento che comunque traccia un percorso di gusto personale ben marcato da parte degli artisti. Seguono voce e suoni. La breve “In Fuga” mostra il lato giocoso della band, quello più sbarazzino e divertente, tuttavia sempre sperimentale ed improvvisato.
Percussioni e clarinetto aprono “Ainda”, vero calderone di sonorità con inseguimenti voce e strumenti, movimento sempre molto caro al Jazz. Il contesto è simile in “In The Moor”, vetrina sia per le qualità compositive che esecutive dei componenti, non solo di ricerca vocale. Il disco si conclude con “Hermit’s Lament”, nomen omen.
Nella musica dei Mozaic c’è cultura, ci sono colori come nella copertina, si respira voglia di approfondire e di esprimersi senza nessuna restrizione di regole. Un poco ciò che accadeva per certi gruppi anni ’70 anche in Italia. Tutto questo ovviamente fa di “Find A Place” un lavoro mirato ad un pubblico dalla mente aperta. Musica dai mille colori che investe l’ascoltatore e lo avvolge nel suo calore. MS


Contatti:   yas.jj92@yahoo.it

sabato 11 novembre 2017

ROCK & WORDS a Radio Gold

ROCK & WORDS a RADIO GOLD


ROCK & WORDS sono Fabio Bianchi e Massimo “Max” Salari. Insieme raccontano la storia della musica Rock e dintorni, l’evoluzione e come nascono i generi musicali, tutto questo in conferenze supportate da audio e video. Assieme sono nel direttivo dell’associazione Fabriano Pro Musica. 
FABIO BIANCHI: Musicista, suona batteria e tromba. Ha militato in diverse band fra le quali i Skyline di Fabriano e l’orchestra Concordia. 
MASSIMO “Max” SALARI: Storico e critico musicale, ha scritto e scrive in riviste musicali di settore e webzine come Rock Hard, Flash Magazine, Andromeda, Rock Impressions, Musica Follia, Flash Forwards ed è gestore del Blog NONSOLO PROGROCK.

Sul sito web di RADIO GOLD aprono una rubrica musicale settimanale che potete leggere al seguente link:  http://www.radiogold.tv/?p=30227

venerdì 10 novembre 2017

Tazebao

Tazebao - Opium Populi
Ma.Ra.Cash
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2017


La forza delle parole, la fermezza della poesia ed il viatico musicale Rock sono un connubio artistico imponente, capace di scardinare i meandri del nostro cervello con la facoltà di far pensare. Di questi tempi fermarsi non solo ad ascoltare ma per giunta pensare, è un risultato quantomeno sorprendente. Le parole importanti quanto la musica, i debuttanti Tazebao sono un equilibrio di questo concetto e sono artisti che già conosciamo nell’ambito musicale, soprattutto in quello del Rock Progressivo.
Autore dei testi e voce inconfondibile è Gianni Venturi (Altare Thotemico,Vuoto Pneumatico, Lucien Morreau&Gianni Venturi - Moloch), alla batteria Gigi Cavalli Cocchi (C.S.I.,Ligabue,), al basso Valerio Venturi (Altare Thotemico), alle tastiere Luigi Cassarini e alla chitarra Nick Soric (Lady Godiva, Mauro "Pat" Patelli Band, Salvatore "Salva" Cafiero). Testi forti dunque, riguardanti la società del momento e soprattutto il potere delle religioni ed il radicarsi nella mente dei popoli.
“Opium Populi” è un grido contro ogni forma di estremismo in generale, vuol far pensare per far scaturire l’”Io” che abbiamo dentro ognuno di noi, il modo di pensare per ridare personalità all’individuo assoggettato da questo forte potere. Si va ad attingere nel Catarismo.
Anche la copertina del disco visivamente racconta molto, fra carro armato, foto e proiettili conduce inesorabilmente alla memoria dei lavori di Gianni Sassi per la Cramps negli anni ’70, casa discografica dai concetti importanti a partire da quelli narrati dagli Area. In realtà è ad opera di Gigi Cavalli Cocchi, esperto nel settore. Dieci canzoni che sferzano la testa aprendola come un apriscatole, dove la ritmica spesso ossessiva è degna accompagnatrice delle parole.
“Caedite” è un esempio lampante, anche a dimostrazione che la forma Progressiva è rispettata, cambi di tempo annessi. Attenzione anche per i ritornelli e le buone melodie. L'elettrica “Ecce Homo” fotografa la società del momento, fra richiami a Giordano Bruno e la spietata fotografia del nostro essere “cattivo animale”. Buono l’intervento delle tastiere dal sapore vintage. Più epica nel coro da cantare è la title track “Opium Populi”, canzone profonda e comunque appetibile. Resto colpito da “L’inquisitore”, brano che si sostiene su importanti linee di basso e voglioso di mostrare anche le capacità della band nel conoscere molto bene i passaggi del Prog in senso generale, non solo degli anni ’70. “Occitania” è fra i momenti più alti dell’intero disco, rammenta in me un certo cantautorato degli anni ’70 specie nell’inciso. La mia preferita è una semi ballata e si intitola “Omnia Munda Mundis”, trivellante fra cantato in latino ed italiano. Malinconica “Reincarnazione”, altra piccola perla riflessiva ed emotiva. Buone coralità in “Rex Mundi”, così il ritornello. Il disco si chiude con “La Via Catara” e l’intro elettronico. La ritmica ricopre nuovamente un ruolo basilare. Di tanto in tanto nel corso delle canzoni si è anche potuto ascoltare nei cori, le sperimentazioni vocali a cui Venturi ci ha abituati negli anni nei suoi progetti alternativi.

La forza espressiva a disposizione della formula canzone, la poesia, e la musica fanno di “Opium Populi” un pugno nello stomaco più che uno schiaffo, i Tazebao ci gridano: “Ci vogliamo svegliare si o no?”. Importante debutto, sotto molteplici aspetti, compresa la grande professionalità palesata ed una personalità che molte band di oggi possono solamente sognare. MS

The Forty Days

THE FORTY DAYS – The Colour Of Change
Lizard Records
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2017


Vedere oggi  in Italia un numero crescente di giovani musicisti che formano band di musica Progressive Rock fa veramente piacere. Nuova linfa, freschezza e idee.
I The Forty Days sono toscani (Pisa/Livorno) e nascono come cover band Rock di gruppi anni ’70. Fra le loro influenze ci sono Pink Floyd,  King Crimson, Supertramp, Led Zeppelin, ma anche gruppi più recenti come Porcupine Tree e quindi Steven Wilson, Marillion ed altri ancora.
Il nome The Forty Days deriva dal fatto che tra la prima prova ed il primo live sono intercorsi circa 40 giorni. La band nel tempo è soggetta a cambiamenti di line up, sino a giungere oggi alla formazione con Giancarlo Padula alla voce e tastiere,  Dario Vignale chitarra e voci, Massimo Valloni al basso e Giorgio Morreale alla batteria. “The Colour Of Change” si può considerare un concept album pur non avendo un vero filo conduttore narrativo, perchè racconta un certo periodo della vita attraverso molteplici punti di vista. Le canzoni vengono concepite nel corso degli anni 2015 e 2016.
Sette i brani contenuti nel disco accompagnato da un libretto dettagliato di testi (il cantato è in lingua inglese) disegnato da Giancarlo Padula, con l’artwork di Matteo Di Giacomo e le foto di Laura Messina.
Essendo i Pink Floyd nel loro background, il disco non si poteva che aprire con un tappeto sonoro mix fra “Shine On You Crazy Diamond” e “Sorrow”, il titolo è “Looking For A Change”. Ma ovviamente trattasi solamente dell’intro, il brano si svolge in successione fra cambi di tempo ed umore, anche con un piccolo balzello nel Neo Prog di matrice anni ’80. Davvero godibile il tutto in quanto spezzato anche da un solo di chitarra, seppure breve ed incisivo. La voce è grintosa ed ottima interprete.
Godibilissima la strumentale “Uneasy Dream”, qui le tastiere giocano un ruolo centrale fra fraseggi e rincorse con la chitarra elettrica. In questo frangente si esibiscono anche le buone doti tecniche dei singoli strumentisti. Un arpeggio di chitarra apre la bellissima “The Garden”, le atmosfere si fanno pacate ed il cantato è inizialmente più sussurrato, un mix di influenze che danno come risultato una canzone di classe e toccante, i The Forty Days puntano direttamente al cuore dell’ascoltatore. Trovo affinità anche con i tedeschi RPWL per chi li conosce. Personalmente poi i solo di chitarra così mi mettono ko. “Homeless” è quasi una suite con i suoi nove minuti abbondanti, la canzone più lunga dell’album. Ebbene qui troviamo un mix dei loro punti di riferimento sopra citati e ancora una volta molta enfasi e fughe strumentali.
Altro piccolo gioiello è “John’s Pool”, pacato all’inizio per lanciarsi nel crescendo emotivo e sonoro sempre di grande presa, assolo di chitarra annesso. Il piano apre “Restart”, altro volo pindarico con richiami Pink Floyd e Marillion. Finale stupendo che potrebbe trovare locazione anche nella discografia dei norvegesi Airbag. Il discorso è analogo per la conclusiva “Four Years In A While”.
Trattasi di debutto, e la cosa quindi diventa ancora più interessante, in quanto ci si attende anche una ulteriore crescita e visto quanto abbiamo ascoltato, le premesse sono tutte buone. Bel periodo, il Progressive Rock italiano può dormire sonni tranquilli. Bravi. MS


martedì 7 novembre 2017

Steven Wilson

STEVEN WILSON - To The Bone
Caroline Records
Genere: Alternative Rock
Supporto: 2lp – 2017


Il personaggio Steven Wilson  spacca il mondo del Rock Progressivo in due come una mela, o stai su una pacca o su quell’altra. Non ci sono compromessi, neppure da parte dell’artista che nella sua longeva carriera non fa altro che badare a ciò che pensa senza guardare al gusto dei fans. Tanti persi e altrettanti saliti in corsa. Ma allora molti di voi penseranno che questo atteggiamento è il vero sunto del Progressive Rock, il cambiare, ricercare e innestare diversi generi. Lo ha fatto con l’elettronica di fine anni ’80, lo ha fatto con la Psichedelia Pinkfloydiana negli anni ’90, poi con il Metal nei 2.000, i King Crimson nel 2010 ed oggi anche con il Pop. E invece no, questa cosa non gli viene perdonata dai “duri e puri” i sostenitori del Prog classico lo vedono come un “furbetto” e  come “distruttore” di un genere (vero, l’ho letto centinaia di volte nei social telematici), gli altri dall’altra parte della mela lo vedono come un “genio”, opinando sul fatto che  Prog non sono soltanto le vecchie glorie, ma è soprattutto un atteggiamento in divenire. La verità dove sta? A mio modesto parere risiede in una via di mezzo perché di brani geniali in effetti nella lunga carriera ne ha fatti, questo dato è inopinabile, così come un disco stratosferico dal titolo “The Raven That Refused To Sing (And Other Stories)” nel 2013, tanto per citarne uno. Vogliamo poi parlare dei suoi Porcupine Tree, o i No Man, o i Blackfield o i Storm Corosion? Di cose su Wilson ce ne sarebbero quindi da dire, ma fermiamoci ad ascoltare questa ultima fatica dal titolo “To The Bone”.
Quello che salta subito all’occhio è il cambio di label, da Kscope a Caroline Records e questo mi ha fatto già pensare anche ad un cambio stilistico, che così in effetti è. Non radicale, ma lento, se si ascoltano gli undici brani contenuti nell’album si ha un ibrido fra Progressive Rock, Psichedelia, Elettronica e Pop. Un disco che fotografa l’artista in piena muta.
A maggio il singolo "Pariah" apre le danze lasciando il fans di vecchia data alquanto interdetto, ma la cristallina voce dell’ospite Ninet Tayeb è sublime e tutto passa in secondo piano, anche se il brano è sognante, elettronico e Pop, non si può che restarne affascinati. 
Wilson sa comporre buone melodie, non c’è niente da fare.
Il disco si apre con la title track, ottimo e movimentato Rock in equilibrio fra Pop e Progressive Rock, anche qui l’artista tiene i piedi su due staffe, a conferma di quanto descritto. A seguire la canzone “Nowhere Now”, con un inciso importante e dannatamente indelebile. Ma siamo in territorio canzone, qui lo sperimentare non è di casa e non vuole esserlo, semplicemente dritti all’obbiettivo. Altro momento Pop Rock semplice e con un Wilson inedito (canta in falsetto) è “The Same Asylum As Before”, qui c’è la conferma che sa scrivere anche canzoni semplici, ma questo lo si è visto anche con i Blackfield assieme ad Aviv Geffen. E qui non posso neppure dare torto a chi dice che ci sono incredibili deja vu, in effetti il brano è un puzzle di soluzioni già edite. Toccante e sussurrata “Refuge”, verso lo stile dei No Man, altro suo progetto assieme a Tim Bowness. Questo territorio comunque creato da Wilson è stato saccheggiato da molte band a venire, un nome su tutte, The Pineapple Thief. Giocosa e Pop al 100% “Permanating”, impossibile non trovarci dentro gli Abba e ancora una volta nel cantato fa capolino il falsetto. Qui i “duri e puri” hanno già spento lo stereo.
Per il mio gusto personale “Blank Tapes” è una perla gigantesca, arpeggiata, sussurrata come solo Wilson sa concepire, chiaramente in questo territorio è imbattibile.
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Quando vuole picchiare lo sa comunque fare con classe ed energia, ascoltate “People Who Eat Darkness” e capirete come si può fare Rock senza strafare.
Tasto dolente è l’elettronica “Song Of I”, francamente fiacca non perché elettronica, ma priva di incisività nell’insieme, resta quindi sospesa in un limbo terra di nessuno. “Detonation” ha sempre elettronica, ma riporta l’ascolto in composizioni più ricercate, un brano che ricorda anche il Wilson del primo album solista “Insurgentes”, qui chi ha spento lo stereo in precedenza non sa cosa si è perso.
Chiude “Song Of Unborn”, canzone che si può benissimo collocare nella discografia Blackfield.
Il mio giudizio finale è quindi positivo, ovviamente perché amo gli artisti che si mettono sempre in gioco e poi Wilson ha gusto per le melodie. Tuttavia siamo in una fase di cambiamento ancora non completa, la vecchia pelle si sta togliendo, vedremo cosa ci attenderà nel futuro.

La versione diTo The Bone“ in mio possesso è in doppio lp, qui voglio dire il pro ed il contro di questa operazione: Il pro è che essendo suddiviso in due vinili, il suono è più curato dato da un solco meno compresso, davvero buono, anzi, direi ottimo. Il contro è che è in 45 giri, non si può ascoltare musica ed alzarsi in continuo a girare e cambiare facciate e disco, davvero spezza troppo l’ascolto. MS