martedì 13 giugno 2017

Grandval

GRANDVAL – A Ciel Ouvert…
Autoproduzione
Distribuzione: G.T. Music Distribution
Genere: Crossover Prog
Supporto: cd – 2016





Grandval è un nome al quale si possono attribuire diverse modalità, ad esempio è quello di due paesaggi nella Francia,  Auvergne (uno a Cantal, l'altro a Puy-de-Dôme), oppure il nome di un personaggio della resistenza nella seconda guerra mondiale, oppure semplicemente un gioco di parole usando il nome del lupo "alfa" alla testa del branco, ma quello che musicalmente interessa a noi è che è il nome di un polistrumentista francese dedito a Crossover Prog. Il genere è formato da differenti innesti, per l’appunto si tratta di Progressive, tuttavia  la formula canzone è altamente valorizzata, generalmente vengono evitate logorroiche suite ed  in esso possono convivere generi come la Psichedelia, il Prog Rock, il Jazz e molti altri ancora.
“A Ciel Ouvert ...” parla della natura, degli animali (in particolare dei lupi), della guerra, della follia, dell’amore e delle difficoltà della vita, molte argomentazioni e mai banali. Essendo Grandval francese, nella sua musica si possono estrapolare influenze di gruppi come Ange, Atoll, Lazuli, Mona Lisa, Naos e Nemo su tutti. Fra gli anni ’80 e ’90 il polistrumentista (voce, basso, chitarre acustiche ed elettriche, tastiere, cori, programmazione) ha suonato in differenti gruppi: Keops, Fragile, Taliesyn, Fracture e Street Rats. In questo progetto si coadiuva di musicisti come Steph Honde (chitarre elettriche), Jean-Pierre Louveton (chitarre elettriche), Martial Semonsut (batteria e percussioni), Kevin Serra (chitarre elettriche) e Colin Tench (chitarre elettriche).
L’album è composto da otto tracce, tutte di media  e lunga durata.
Apre “Crevé Les Nuages”, una canzone che punta sulla coralità sostenuta del ritornello e dai lineamenti solari. Il refrain centrale cambia di umore e di ritmo, mirando il tiro appositamente nel Progressive Rock.  “Entendre Les Engoulevents” ha un giro di basso iniziale che ben si incastona con l’intervento delle tastiere, la musica non aggredisce, ma accompagna, prende per mano l’ascoltatore in un giro di benefico relax. Le chitarre si fanno più evidenti e le melodie sono di facili assimilazione. Buono l’uso delle voci che si scontrano a cappella.
La title track è vigorosa, fra chitarra distorta (anche se di poco) e ritmo più presente, per poi passare ad un cantato serafico pur sempre mantenendo la strada intrapresa. Per chi vi scrive uno dei momenti più interessanti dell’intero lavoro, anche perché amo molto gli assolo di chitarra pieni di pathos. La musica di Grandval è ricca di personalità, difficilmente riconducibile ad un modello esplicito e persino a band precise, l’artista ed autore  mostra una cultura notevole ma anche di averla saputa rielaborare a suo modello. Un esempio ne è “Maîtresse éternelle”. Ricerca senza forzature, musica che si lascia ascoltare con piacere.
Il brano più lungo dell’album con i suoi otto minuti si intitola “Aktion T” e qui qualcosa dei King Crimson traspare, così fa capolino una chitarra di Pinkfloydiana memoria e Psichedelia. Davvero una piccola perla. “Jongleur Des 4 Vents” gioca con il pentagramma, fra sperimentazione e giuste melodie, ancora una volta amplificate da giusti assolo di chitarra elettrica. Si apre in acustico “Commento Les Loups Changent Les Rivières” e per chi li dovesse conoscere dico che ci coinvivono sfumature riconducibili agli americani Lands End. Chiude la più breve “Au De Là De Ce Grand Val”.

In sintesi questo disco di Grandval lascia comunque un segno tangibile nell’animo, di sicuro mai prolisso perché il tempo nell’ascolto…è volato, la dice lunga. MS

domenica 11 giugno 2017

Monnalisa

MONNALISA – In Principio
Andromeda Relix
Distribuzione: GT Music
Genere: Hard Prog / Metal Prog
Supporto: cd – 2017


Il sunto fra Hard Rock e Progressive Rock è una scorciatoia per arrivare alle forti emozioni che scaturiscono dalla musica. Il perché è semplice da dire, non necessariamente servono sempre lunghe suite per fare Prog e neppure delle distorsioni estreme per fare dell’Hard Rock  un genere da amare, un equilibrio giusto porta al risultato in breve tempo. Noi in Italia abbiamo diversi rappresentanti sul genere, tuttavia sempre relegato ad un pubblico di nicchia, il quale però dimostra di naufragare dolcemente in quel mare.
Il gruppo veronese Monnalisa si forma alla fine del 2009 con il nome di Monnalisa Smile e dopo cambi di line up, nel 2013 si stabilizza in Monnalisa con i seguenti musicisti: Manuele Pavoni (Basso), Edoardo Pavoni (Batteria), Filippo Romeo (Chitarra) e Giovanni Olivieri (Voce, Tastiera). La musica a cui si ispirano varia dai  Porcupine Tree, Opeth, Rush, Dream Theater ai Queen, Led Zepplin, Deep Purple etc. etc. Si fanno le ossa in sede live e vincono anche il “Tregnago Rock Contest 2015”, premio che permette loro l’anno successivo di aprire il concerto di Pino Scotto.
Il disco è formato da sette tracce, mentre l’accurato artwork è dello stesso Edoardo Pavoni. L’immagine di copertina è affidata a Maddalena Pastore Falghera e la foto interna è di Mario Piemontese. La scelta del cantato è in lingua italiana.
Sin dall’iniziale “Specchio” si denota la cura della formula canzone, l’attenzione per le melodie supportate maestosamente dalle tastiere. Aleggia un profumo di anni ’70 che farà il piacere dei fans di band come Biglietto Per L’Inferno e simili, perché quello che si ascolta in definitiva è Hard Prog. La tecnica dimostrata è buona e mai asfissiante, proprio come già detto per lasciare spazio alle giuste melodie relegate alla formula canzone.

Un giro di basso apre “Il Segreto Dell’Alchimista”, canzone energica e attenta ai passaggi tecnico strumentali che lasciano spazio al cantato vigoroso di Giovanni Olivieri. In questo pezzo si è al limite fra Hard Prog e Metal Prog e si resta incantati dai giri di tastiere per lasciare spazio ad un buon assolo di chitarra. La più breve “Catene Invisibili” mostra la band rodata e difficilmente si resta indifferenti dinanzi al tiro del brano, vi troverete a battere il ritmo a vostra insaputa. Il Prog Rock più vicino al valore del suo termine si approccia in “Infinite Possibilità”, canzone di sette minuti ricca di cambi umorali. Molto gradita dal sottoscritto la strumentale “Oltre”, altra vetrina per le capacità tecniche della band, dove le tastiere ancora una volta accompagnano l’incedere del brano in maniera impeccabile, non nascondo che a tratti mi sono venute in mente le storiche Orme. La chitarra si esibisce in un assolo che di certo non può lasciare indifferenti, mentre la ritmica funziona precisa e senza sbavature. Per i più accorti di voi, noterete il ritmico battito delle mani alla Porcupine Tree. Segue la canzone più lunga dell’album, “Viaggio Di Un Sognatore”, basso iniziale alla Tool e via verso un percorso fra Prog e Metal. Si chiude con “Ricordi”, un brano più sognante, ancora una volta vicino a certi passaggi dei Porcupine Tree per poi passare anche in ambito New Prog, tuttavia la band resta di personalità, e questo è un fatto sia inopinabile che positivo perché dimostra ancora una volta che in Italia abbiamo nuove leve che portano avanti con grande personalità la musica Hard Prog. Complimenti anche all’Andromeda Relix, altra casa discografica molto attenta a questi nuovi fenomeni musicali, ora resta solo a noi saper supportare la nostra buona musica. Bravi Monnalisa. MS

Antonio Giorgio

ANTONIO GIORGIO – Golden Metal: The Quest For The Inner Glory
Andromeda Relix
Distribuzione: GT Music
Genere: Symphonic Power Metal
Supporto: cd – 2017


Antonio Giorgio è un giovane cantante campano, e anche compositore. La passione per il Metal, le tematiche epiche, l’AOR, ed il Progressive Rock, lo portano a concepire un album d’ esordio decisamente ambizioso e dalle forti emozioni. Non spaventi tutto questo insieme di generi, non ne scaturisce un polpettone pesante, bensì un viaggio sonoro denominato dallo stesso artista “Golden Metal”. Giorgio si fa accompagnare in questo lavoro da musicisti provenienti dal modenese con membri delle band Fogalord, Blue Rose e Astral Domine.
L’artwork cartonato e ben realizzato dal grafico e musicista Jahn Carlini dei Great Master, indirizza l’acquirente sulla caratteristica della musica che si va ad approcciare, gli amanti di Virgin Steele,   Kamelot, Angra e Royal Hunt hanno quindi di che godere. La confezione contiene anche un libretto esaustivo nei confronti dei testi scritti da Giorgio stesso e cantati in lingua inglese.
Ci attendono dodici tracce di Symphonic Power Metal raffinato anni ’90 e ’00’ con sprazzi di Prog e molto altro ad iniziare dalla title track “Golden Metal”. Chitarra subito in evidenza ed enfasi già nell’aria, un breve intro per partire immediatamente. Il ritornello ricorda quello di band Metal storiche relegate agli anni ’80 ed è un piacere da cantare a squarciagola. Un arpeggio di chitarra inizia “Lost & Lonely”, inevitabile l’accostamento con i Queensryche più intimisti, grazie anche all’uso della voce di Giorgio. In “The Vision” sono le tastiere dell’organo ad approcciare con maestosità il brano, il quale si articola nel suo procedere in differenti punti del Metal e del sinfonico. Appena quaranta secondi di quiete in un frangente intimo dal titolo “The Calling” che accompagna l’ascolto a “The Voice Of the Prophet Beyond Heaven & Hell ”, per capire che c’è molta carne al fuoco, sicuramente uno dei momenti più alti del disco.
L’Antonio Giorgio più muscoloso esce in “Luminous Demons” anche se la melodia è sempre trattata con rispetto. Si frequentano ambienti sognanti all’inizio di “Keeper Of Truth”, per poi tornare al Metal Gold classico al quale oramai siamo avvezzi. “The Reaper” è un altro dei brani che prediligo, più cadenzato e funereo vista anche la tematica delle liriche, infatti il titolo suggerisce. Segue “Forever We Are One”, e come in un film all’ascolto del brano scorrono nella nostra fantasia immagini fra l’epico e l’onirico. E’ poi la volta della suite “Et In Arcadia Ego” suddivisa in tre momenti. Qui Giorgio mette in mostra tutte le caratteristiche di compositore, relegando l’ascoltatore a spettatore, questo quando la musica dice più di mille parole ed immagini.
Questa lunga cavalcata sonora si chiude con “Alone Again”, canzone tendente alla ballata. Un disco che sicuramente va consigliato a tutti gli amanti di queste tematiche, ma anche a chi per la prima volta si vuole approcciare ad un certo tipo di Metal.
Esiste anche una versione digitale del disco dal nome “Golden Deluxe Edition”, con il cd regolare contenente due bonus track, un intero cd bonus, con ben 12 cover personalizzate di giganti del Metal come Black Sabbath, Queensryche, Dream Theater,Kamelot, Virgin Steele, Bruce Dickinson e Conception ed altre due bonus track scritte da Antonio Giorgio per un totale di 28 brani per quasi 160 minuti!
Che dire, lasciamoci caricare da questa devastante energia! MS


Thunder Godzilla

THUNDER GODZILLA – Thunder Godzilla
Andromeda Relix
Distribuzione: GT music
Genere: Stoner Rock
Supporto: cd – 2017



Troppo spesso si è letto in molte parti, giudizi riguardo al Rock del tipo: “Il Rock è morto”. No, non è così e mai lo sarà, il Rock muta con gli eventi che ci circondano in quanto viatico di protesta dei momenti in cui viviamo. Siamo solo noi relegati ai ricordi, agli avvenimenti piacevoli, che ci incatenano ad un periodo passato, pensando che il mondo musicale fosse finito li e non accettiamo il suo mutare. No, non morirà mai, volenti o nolenti noi. La musica ci comunica emozione, ci unisce, ci parla di noi ed ecco quindi nascere in continuazione attorno ad essa nuove band che credono in questo supporto, io aggiungerei “per fortuna”.
Non esulano da questo ambito i padovani Thunder Godzilla, che si compongono nel recente 2014. Il sound proposto è adrenalinico, fra Stoner, Acid Rock e Psichedelia. La band si esibisce in numerose date live, le quali portano la rodatura a livelli più che ottimali. Oltre sessanta i concerti dal vivo, tanto per far capire come sono oliati i meccanismi interni. Le influenze maggiori dei Thunder Godzilla arrivano da gruppi come Kyuss, Black Sabbath, Sleep, Karma To Burn e molti altri dell’ambito.
Sono un trio composto da Jonny alla batteria, Espo alla chitarra e Marco al basso e voce ed esordiscono con questo album dal titolo omonimo formato da 11 brani per una durata collettiva di 46 minuti di musica.
Si comincia in un ambiente sonoro apocalittico, fra pioggia, oscurità distruzione e spari, il mitologico mostro Godzilla è a suo agio, così il sound della band, crudo e ruvido. “Tokyo Avenger” è degno inizio del disco.
Lo Stoner Rock è questo elettricità a volume alto, entra dentro e sbudella, sporco e rabbioso, con il suo caracollante incedere a volte Doom. Ascoltate “Lie To Me” e ne avrete sunto. D'altronde  Godzilla non corre, avanza lentamente e distrugge dove passa, proprio come il sound della band. Sale il ritmo con “Goliath”, muro di suono alto e avvolgente. Un approccio più consono alla formula canzone giunge con la breve “Fears” per poi tornare al caos e alla vibrazione con “Get Away”. Uno dei pezzi che più ho apprezzato è “Mammoth King”, anche per un approccio compositivo variegato, così “Yoga Fire” e la degna conclusiva “Day Tripper”, contributo ai maestri del Rock provenienti da Liverpool, i Beatles.
La tecnica mostrata dai tre componenti è quella che serve a tenere alto il nome del genere, lineare e senza strafare, così buona all’uopo anche la voce di Marco.
Un buon esordio, un Rock che arriva dentro e che mostra i muscoli, tanto da farmi segnare sul taccuino di marcia privato il nome della band. Vi aspetto inesorabilmente  alla prossima. MS


sabato 6 maggio 2017

DISCOGS

DISCOGS



Ho deciso di vendere qualche mio disco della collezione. Troverete sia lp, che picture disc e cd.
Buona ricerca.


                               https://www.discogs.com/it/seller/Maxprog/profile

sabato 15 aprile 2017

Force Of Progress

FORCE OF PROGRESS – Calculated Risk
Progressive Promotion Records
Distribuzione: G.T. Music
Genere: Metal Progressive Rock
Supporto: cd – 2017


La Germania in ambito Progressive Rock è una nazione che molto ha dato al genere grazie a band di spessore, a partire dagli anni ’70 al New Prog ’80 sino a giungere nei nostri giorni, con una media qualitativa davvero invidiabile. I punti di riferimento non sono sempre band come King Crimson, Genesis, Yes e via dicendo, abbiamo vissuto e conosciuto ad esempio il Krautrock dove nel calderone risiedono stili differenti come la Psichedelia, l’elettronica, l’improvvisazione ed altro ancora. Tutto questo sin dagli anni ’70. La mia premessa sta a sottolineare il fatto che la Germania ha una sua forte personalità e questa viene fuori anche quando si ha come ispirazione il Prog degli anni ’70, a prescindere dal genere proposto.
E cosa succede quando quattro artisti veterani come Hanspeter Hess (The Healing Road)  (tastiere), Dominik Wimmer (Sweety Chicky Jam) (batteria, tastiere, chitarra), Chris Grundmann (Cynity) (tastiere, chitarra, basso, programming) e Markus Roth (Marquette, Horizontal Ascension) (tastiere, chitarra, basso, programming) uniscono le proprie esperienze? Non può che scaturirne un album strumentale di notevole fattura, qualità e potenza.
“Calculated Risk” è un cammino musicale con percorsi ben marcati, grazie soprattutto a riff potenti anche di origine Power ed Heavy. Il disco suddiviso in nove tracce, non ha al proprio interno suite di sorta, bensì canzoni di media e lunga durata, fino a raggiungere un massimo di otto minuti e mezzo (“The Man Who Played God”) ed un minimo di tre e quaranta secondi (“Calculated Risk”).
Già dall’apertura di “Ticket” si può apprezzare una buona produzione sonora. Le mani corono veloci sul piano che fa contrasto con la potente sezione ritmica e le chitarre distorte, ma è solo un istante, perché il New Prog è dietro l’angolo, ed ecco allora le classiche tastiere alla Clive Nolan (Arena, Pendragon) , IQ o Marillion per intenderci, a prendere  il centro della scena.
Il sound dei Force Of Progress è pieno, rotondo, roboante ed allo stesso tempo elegante.
“Sole Survivor” può infatti far tornare alla mente i fasti di una band come Liquid Tension Experiment, fra tecnica, buona melodia e appunto eleganza. Le tastiere giocano sempre un ruolo importante. Più ricercata “Shapeshifter” in ambito tecnico, anche se non asfissiante come si potrebbe ipotizzare quando si ha a che fare con band di questo settore. Il Programming viene adoperato in maniera potente come in “The Cube”, canzone che si basa su un riff orecchiabile di facile presa.
Per un cambio di ritmo e di stile bisogna giungere a “Lift Me Up, Down By The Seaside”, un inizio Funky per un procedere in ambito con variazioni sul tema, innestando Prog ed Hard Blues. “Halways” riporta il tiro nei canoni dello stile Force Of Progress, una sorta di “schiaffo o bacio” nell’ascolto. D’atmosfera “Lost In Time, Like Tears In Rain”, la più musicale nel senso propositivo, dove immagini e musica si possono intersecare a seconda della nostra sensibilità. La title track è roboante di suoni, a tratti grevi ed oscuri e in altri frangenti maestosi, questo sempre grazie all’uso delle tastiere, in questo caso anche di matrice mellotron. Non manca la voglia di giocare.
Il disco si chiude con una piccola gemma dal titolo “The Man Who Played God”.

Non è facile fare un disco del genere se andiamo a considerare che poi è tutto strumentale, ma l’ho detto all’inizio, quando si incontrano quattro veterani del genere c’è solo che da aspettarsi grandi cose ed emozioni. Buon ascolto. MS

sabato 8 aprile 2017

Dark Ages

DARK AGES – A Closer Look
Andromeda Relix
Distribuzione: G.T. Music Distribution
Genere: Progressive Metal
Supporto: cd – 2017 


In una società dove il mordi e fuggi regna sovrano, dove il telefonino ci rende connessi solo apparentemente, dove si corre quotidianamente verso non si sa dove, c’è bisogno perlomeno di un momento di riflessione. Questo momento ci viene offerto da una band di Metal Progressive già nota al circuito nazionale, e a numerosi addetti ai lavori: i Dark Ages.
Si formano nel lontano 1982 a Verona, proprio per questo non stiamo parlando di artisti improvvisati, ma di ottimi strumentisti e che hanno alle spalle già tre dischi, “Saturnalia” del 1991, “Teumman” del 2011 e “Teumman Pt.2” del 2013, questi ultimi due sono una vera e propria opera Rock. Gianni Della Cioppa li scrittura nella sua Andromeda Relix, fucina di musica Rock, Metal e Prog.
Nel tempo i Dark Ages subiscono cambi di line up, tra i quali si annovera l’ingresso di Roberto Roverselli alla voce e di Gaetano Celotti al basso, questo proprio a fine 2016. La band si completa con Simone Calciolari (chitarra), Angela Busato (tastiere) e Carlo Busato (batteria).
L’artwork ad opera di Angela Busato e Kraken Promotion è ben confezionato e sostanzioso, accompagnato dalle belle foto di Elisa Catozzi, contenente i testi delle canzoni cantati in lingua inglese.
Ma veniamo alla carne, “A Closer Look” con i suoi otto minuti e mezzo apre il cd come una rasoiata, grazie ad una sezione ritmica rodata e precisa e a un riff mirato sia al corpo che alla mente. Qualcuno già potrebbe aver nominato i Dream Theater, quasi inevitabile quando si tratta di Metal Prog, ma così non è del tutto…Anzi. I Dark Ages dimostrano di conoscere la storia del genere e non solo di averla assimilata, ma anche metabolizzata. La voce di Roverselli infatti non fa il verso a nessun singer di nota, ma si esibisce con la sua naturalezza, non cadendo così nel calderone dei stereotipi. Buono l’apporto delle tastiere sia come tappeto sonoro che come assoli, brevi ed efficaci.
Inevitabili i cambi di ritmo ed umorali, come genere comanda.
“Till The Last Man Stand” si distingue grazie ad un momento centrale con organo e voce, ma è con “Yours” che si comincia a fare seriamente. Il pezzo viene aperto da un arpeggio di chitarra dal profumo New Prog e la struttura del brano nel susseguirsi si alterna fra vigore e melodie. Poi è la volta della mini suite “At The Edge Of Darkness” della durata di dieci minuti e mezzo, qui la band si gioca anche il Jolly, esibendo tutta la tecnica a disposizione, compresa la qualità compositiva.
Un sax, quello dell’ospite “Enrico “Benty Sax”Bentivoglio, apre “Against The Tides” per poi lasciare lo spazio a voce e piano, un momento raccolto e delicato dall’ottima riuscita. Notevoli anche le voci di Claudio Brembati, Ilaria L’Abbate e Tiziano Taffuri, ulteriori ospiti. Il brano potrebbe benissimo risiedere in “In The Electric Castle” degli Ayreon e per chi vi scrive, qui c’è lo sforzo più creativo e piacevole dell’intero album.
Ritorna il suono elettrico con “The Anthem”, questa volta con le tastiere altamente “Prog”. Da sottolineare la grande prova vocale, qui al massimo dell’espressività. Piacevole anche l’assolo del basso e della batteria. Il disco si chiude con “”Fading Through The Sky”, non nascondo che all’ascolto ho avuto reminiscenze Crimson Glory.
“A Closer Look” non è il solito disco Metal Prog, c’è di più, dategli una possibilità e mi direte. MS


The C.Zek Band

THE C. ZEK BAND – Set You Free
Andromeda Relix
Distribuzione: G.T. Music Distribution
Genere: Rock
Supporto: cd – 2017



C’è bisogno del Rock, ce n’è bisogno come l’aria. Quante volte invece sentiamo dire che il Rock è morto? Niente di più sbagliato, siamo noi morti nella mente che non accettiamo sviluppi al riguardo e rimaniamo avvinghiati fermamente a quelle canzoni che ci ricordano la nostra bella gioventù o l’amore nei tempi che furono. Per molti il mondo del Rock è finito li, tutto quello che si è evoluto nel tempo non lo si accetta. Per cui, facciamo pace con la mente e cerchiamo invece di capire che la “specie” va avanti e si evolve, volente o nolente il nostro amore passato.
Il Rock non muore mai. Dimostra di saperlo la The C. Zek Band, che sfoggia un parterre di influenze notevole, amalgamate dalla propria personalità. Nel sound si possono riscontrare schegge di Jimi Hendrix, John Coltrane, The Allman Brothers, Pink Floyd e Beatles su tutte, ma molte altre ancora. Sonorità vintage si, ma con caratteristiche proprie, ecco quindi un risultato Soul Blues, contaminato dal Funk Rock.
Sono di Verona e si formano nel 2015 dalle ceneri del trio Almost Blue, grazie ad un idea del chitarrista, cantante e compositore Christian “Zek” Zecchin. La band è completata da Roberta Dalla Valle (voce), Matteo Bertaiola (tastiere), Nicola Rossin (basso) e Andrea Bertassello (batteria).
“Set You Free” è composto da otto canzoni originali e una cover, quella di “Gimme Shelter” dei Rolling Stones.
La musica dei The C. Zek Band ha le solide basi del Blues, le esalta con riff diretti e gradevoli, la voce di Roberta Dalla Valle ne è ottima interprete, come nella bellissima canzone iniziale dal titolo “John Corn”. Le tastiere ricoprono un ruolo importante, sia di accompagnamento che da traino. Il profumo dei tempi passati inevitabilmente fuoriesce dalle note, basta ascoltare “I’m So Happy” per averne una chiara idea.
Ma Rock è soprattutto chitarra elettrica, e anche in questo caso ci si può ritenere coperti, essa si esibisce di tanto in tanto in piacevoli assolo. Ma è l’insieme che funziona, la band si dimostra  rodata ed interagisce in maniera precisa e professionale. Bella l’interpretazione vocale in “Tell Me”, calda e ricca di energia, uno dei frangenti più alti del disco, poi quell’Hammond…
Ed è anche la volta della ballata, qui con il titolo “Kissed Love” dove il piano ricorda un Wright dei tempi passati.
E a proposito di tempi passati, non posso esimermi dal citare il Clapton che fuoriesce in “Set You Free”, e la chitarra sale prepotentemente in cattedra dopo un breve solo di tastiere, dimostrando non solo le doti esecutive di Zek, ma anche l’anima di questa musica senza tempo, e sono brividi.
“Borning Day” è ruffiana ed essenziale, “It Doesn’t Work Like This” ancora di più. L’album si chiude con “Drink With Me”, canzone più lunga con i suoi sette minuti e mezzo ed un andamento Pinkfloydiano che farà la gioia degli amanti del quartetto di Cambridge.
C’è poco altro da dire, un disco per provare non solo belle emozioni, ma anche per capire da dove viene un certo tipo di Rock Blues, perché questo sound ne è davvero un ottimo sunto. Sono certo che girerà spesso nel mio lettore, spero anche nel vostro. MS


Circus Nebula

CIRCUS NEBULA – Circus Nebula
Andromeda Relix
Distribuzione: G.T. Music Distribution
Genere: Heavy Metal
Supporto: cd – 2017



La passione, la perseveranza, la vita per un ideale, il piacere di realizzarlo, la coerenza e… L’amore per la musica. I forlivesi Circus Nebula hanno nel proprio DNA tutti questi ingredienti. Si formano nella prima metà del 1988 e di base sono un trio sempre composto in trenta anni da Alex “The Juggler” Celli (chitarra), Mark “Ash” Bonavita (voce) e Bobby Joker (batteria). Si completano oggi con Michele “Gavo” Gavelli alle tastiere (in comproprietà con la band Blastema) e Frank “Leo” Leone al basso.
Eppure questo “Circus Nebula” è un esordio, tuttavia negli anni si sono sempre dati molto da fare, registrando demo tape e partecipando a compilation in alcuni cd. Il loro non è semplice Heavy Metal, bensì un insieme di influenze che vanno dai Black Sabbath ai primi Pink Floyd, passando per il cinema Horror ed il Rock degli anni ’60 / ’70. Molto attivi in sede live con date anche importanti come l’apertura dei concerti a band come Death SS, Paul Chain e i Dogs D’Amour.
Tutto questo curriculum si mette in vetrina in “Circus Nebula”, disco formato da dodici canzoni o se vogliamo undici, visto che “Hypnos” è un breve intro al percorso sonoro. Roboante l’inizio di “Sex Garden”, granitico sound che mette in mostra il carattere della band. Inutile dire che i riff sono fondamentali per questo tipo di musica e i Circus Nebula lo sanno.
E via con una bella moto con il vento in faccia e musica a palla con “Ectoplasm”, stradaiola e polverosa, degna compagna di un adrenalinico viaggio. E giù chitarre elettriche a profusione, con un ritmo doom e cupo in “Here Came The Medicine Man”, altro lato della band da scoprire. Ci si imbatte anche in semplici Rock’n Roll come nel caso di “Rollin’ Thunder”, allegro e spensierato, anche se ovviamente già sentito in quanto la formula è quella storica nota a tutti.
Si prende fiato con la ballata “Vacuum Dreamer” e non nascondo che per l’interpretazione mi vengono alla mente i nostrani e storici Vanadium (Pino Scotto docet), ma è solo una cosa mia forse non percettibile a tutti. Ariosa nell’apertura finale con il passaggio dall’acustico all’elettrico. Si ritorna al greve, al solfureo e al granitico sound con “Welcome To The Circus Nebula”, ci accolgono così nel loro circo. Aria di Saxon in “2 Loud 4 The Crowd”, il ritmo sale così la profondità dei riff. Questo signori è l’ Heavy Metal! Provate a restare fermi all’ascolto di “Electric Twilight”, non credo sia cosa fattibile, così con “Mr. Pennywise”. “Head-Down” è il classico pezzo che live rende molto, immagino che i Circus Nebula lo portino nella scaletta. Chiude un classico della band, “Spleen” in formula rimasterizzata.

Non servono molte cose e neppure molte parole per descrivere un lavoro del genere, questo stile di vita o lo si ha o non lo si ha, chi vive di questa musica mi ha capito, chi invece non lo ha fatto e magari è curioso di capirlo, ”Circus Nebula” è qui per delucidazioni. MS

sabato 1 aprile 2017

Stolen Apple

STOLEN APPLE – Trenches
Autoproduzione/Rock Bottom Records
Distribuzione: Audioglobe
Genere: Indie Rock
Supporto: cd – 2016


L’Indie Rock è un enorme calderone che contiene all’interno un vastissimo mondo musicale. Sempre più difficile focalizzare uno stile ben definito in questo contesto, numerose sono le influenze e gli innesti. I fiorentini Stolen Apple sono nel dentro con uno sguardo rivolto verso il settore americano, con Psichedelia, Blues, Country e Post Punk. Fra le loro ispirazioni si possono quindi estrapolare artisti come Neil Young, Sonic Youth, Clash, Slint, Dinosaur jr, Flaming Lips, Low, Codeine e Joy Division.
Si formano nel 2008 dai resti dei Nest, altro combo di Firenze. Esordiscono discograficamente nel 2001 con “Drifting” (Urtovox/Audioglobe ) e nel 2007 ritornano con “Isn’t It?” (Zahr Records/Blackcandy – Audioglobe). Diversi i cambi di formazione, fino a giungere nel 2016 al risultato “Trenches” in Stolen Apple con Luca Petrarchi (chitarra, voce), Riccardo Dugini (chitarra, voce), Alessandro Pagani (batteria, voce) e Massimiliano Zatini (basso, tastiere, voce). Il disco è suddiviso in dodici tracce.
L’apertura di “Red Line” è appunto lineare, basata su un riff gradevole e comunque dal sapore Beatlesiano, un movimento elettrico che si alterna a un momento riflessivo centrale. La sezione ritmica è semplice ed efficacie come il cantato, mai esagerato, il passo è giustamente lungo come la gamba. La chitarra a tratti si lancia in brevi assolo davvero piacevoli. Più acida “Fields Of Stone” e la personalità del gruppo comincia a salire per poi sfociare nei sette minuti di “Pavement”. Post-Noise e ballate Alternative Country per scoprire un nuovo angolo della band. Ho nominato precedentemente il Post Punk, e lo si riscontra nella diretta “Falling Grace”. Blues e Pop nell’orecchiabile “Living On Saturday”, ma personalmente resto colpito piacevolmente dalla slide guitar di “Mistery Town”, frangente più riflessivo del disco. Da sottolineare ancora  la ballata “Daydream” con l’armonica di Massimiliano Zatini.
Sale il ritmo in “Sold Out”, divertimento puro e  “Trenches” si conclude con “In The Twilight”, ballata sentita e calda.
Il suono dell’intero disco è leggermente cupo, tuttavia non stona con la proposta musicale, in alcuni casi questo viene addirittura  incontro alle atmosfere del brano. Il cantato è in inglese.

“Trenches”, trincee, quelle che ci creiamo noi nella mente per salvarci dal modo di vivere odierno? Questo lo penso io….Chissà, intanto al loro interno sappiamo che ci possiamo imbattere in musica spassosa e variegata, ancora una volta italiana. Bene così Stolen Apple, aspettiamo vostre nuove. MS

sabato 25 marzo 2017

Struttura & Forma

STRUTTURA & FORMA – One Of Us
ElectRomantic Music
Distribuzione: Ma.Ra.Cash / Self
Genere: Jazz Rock
Supporto: cd – 2017


Mi chiedo spesso che cosa abbia Genova di così speciale, in quanto grandiosa città produttrice di gruppi (o come si chiamavano negli anni ’70 “complessi”) Progressive Rock. L’aria del mare, i vicoli, il cibo, il vino, la gente…Non so, resta il fatto che sin dagli anni ’70 ad oggi è sempre stata una fucina continua di grandi musicisti al riguardo. Prima o poi riuscirò a capirlo, altresì bene accetti sono anche i vostri suggerimenti.  
I Struttura & Forma li incontriamo solo oggi nei scaffali di dischi a dispetto del loro anno di formazione, il lontano 1972. L’incontro tra i chitarristi Franco Frassinetti e Giacomo Caliolo avvenuto in una sala prove del centro storico, annessa ad un noto negozio di strumenti musicali, è stato galeotto. Il nome Struttura & Forma lascia presagire una certa intellettualità di base, una cultura che negli anni passati è stata abbondantemente trattata, relegata ad un contesto che ha supportato il Progressive Rock fino a renderlo un genere a se stante e ben definibile. Numerose le date live nel tempo, alcune delle quali con artisti importanti come Francesco De Gregori. Dopo aver sperimentato nel Prog Rock, nel tempo il gruppo vira verso il Jazz Rock e va incontro anche a defezioni e stop. Oggi sono formati da Franco Frassinetti (chitarra), Giacomo Caliolo (chitarre), Marco Porritiello (batteria), Stefano Gatti (basso) e Klaudio Sisto (voce).
In definitiva “One Of Us” è il loro album d’esordio, con Beppe Crovella ospite nel disco assieme al suo mitico Mellotron. L’artwork a cura di Roberto, Davide e Vincenzo Leoni è ricco di info, foto e testi con 18 esaustive e gradevoli facciate.
Il disco si apre con un suntuoso strumentale dal titolo “Worms” registrato nel 1972, questo proprio per sottolineare con orgoglio le proprie radici. Il cantato nelle successive canzoni  è prettamente in inglese, salvo tornare nel 1972 con la conclusiva bonus track “Il Digiuno Dell’Anima” in lingua madre. Succede “Symphony”, fra Mellotron e chitarre  dedite a melodie capaci di soddisfare l’ascoltatore grazie a riff gradevoli e assolo di notevole tecnica. Prog Rock roboante, colmo di sonorità in perfetto stile. All’ascolto si può godere anche della cover del brano “Lucky Man” dei maestri Emerson Lake & Palmer.
Hard Prog per “Kepler” e Psichedelia nella title track “One Of Us”, a testimonianza di una cultura musicale a tutto tondo dei componenti. Dai tratti Funky la breve strumentale “Kyoko’s Groove” per poi lasciarsi andare in uno sciolinare di chitarre e Mellotron. Più canzone la successiva “Indios Dream”, ancora una volta sorretta dalle chitarre. Buono il lavoro in fase ritmica in “Fasting Soul” mentre “Amsterdam” tenta  una ricerca stilistica differente, molto vicina a quella dei svedesi The Flower Kings per intenderci. Dolce e melodiosa la strumentale “Acoustic Waves”, chiusura del disco ufficiale per poi giungere alla succitata bonus track “Il Digiuno Dell’Anima”.
Un debutto che grazie all’esperienza dei componenti, lascia a bocca aperta per professionalità e freschezza dei suoni. Ora speriamo soltanto di non dover attendere molti anni per un successivo album da studio, e mi auguro anche che raccolgano i dovuti consensi. Altro tassello prezioso  dell’infinito mosaico Progressive Rock Italiano. MS


Contatti: Danilo Sala Press Office palalido70@yahoo.it

Cantina Sociale

CANTINA SOCIALE – Caosfera
ElectRomantic Music
Distribuzione: Ma.Ra.Cash / Self
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2017


Il nome Cantina Sociale ai sostenitori del Progressive Italiano certamente non risulterà nuovo, agli altri informo che la band si è formata nell’astigiano nel 1996, appassionata delle sonorità di gruppi alternativi dei rigogliosi anni ’70. Nel tempo, fondamentale è stato l’incontro con il produttore e tastierista degli Arti & Mestieri (altra band storica degli anni ’70) Beppe Crovella. Esordiscono discograficamente con “Balene “ (Electromantic Music) nel 2002 proprio con Crovella al Mellotron e all’Hammond. Ritornano all’attenzione del pubblico dopo una serie di eventi importanti come il premio Memorial Demetrio Stratos nel 2003, la partecipazione a diverse compilation, e l'uscita nel 2006 del DVD “Catturati Live”, nel 2009 con il buon “Cum Lux” (Electromantic Music), bene recensito anche nei canali di settore.
Oggi sono un quintetto formato da Elio Sesia (chitarre), Rosalba Gentile (tastiere), Marina Gentile (chitarre), Filippo Piccinetti (basso) e Massimiliano Monteleone (batteria).
“Caosfera” a differenza dei suoi predecessori è un album completamente strumentale composto da sette tracce e supportato da un gradevolissimo artwork ad opera di Antonio Catalano con la grafica di Luciano Rosso. Esso contiene un libretto con pentagrammi e note disegnate a mano, descritte con simpatica ironia e disegni che raccontano gli stati d’animo che la musica rappresenta. La produzione ancora una volta di Beppe Crovella è curata, così come la qualità sonora.
Nella musica si estrapolano differenti influenze, dai King Crimson alla Psichedelia e perfino un poco di Hard Prog sin dall’iniziale “Graffiti”. Psichedelico invece l’inizio di “Temporali Nascosti”, la chitarra acustica  si aggira in riff ipnotici sopra ad un tappeto di tastiere. Questo brano piacerà sicuramente ai seguaci dei Porcupine Tree del primo periodo.
“Dune” Mostra una band con un buon carattere, di ampie vedute e dalla buona coesione, ancora riff importanti ed acidi inframezzati dalla Psichedelia. Gli assolo non sono mai invasivi, piuttosto diretti alla sostanza.
Intimistica “Scrupolosamente Arioso”, lasciate le atmosfere crude ed elettriche i Cantina Sociale si addentrano in quelle soffici e sognanti. Il risultato è notevole.
“Pietre” è ritmata, dettagliatamente prodiga di cultura Prog che varia dagli anni passati a quelli più recenti, un sunto semplice all’apparenza ma che necessita sia di capacità compositiva che di cultura al riguardo.
La title track “Caosfera” è ricercata, la melodia viene eseguita prettamente dalla chitarra, mentre il basso gioca un ruolo fondamentale di fraseggio aggiunto. Nuovamente la Psichedelia è presente nel suo lato intimo e raccolto. Chiude il disco l’acustica “Verso Sera”, un momento di riflessione e di pulizia dell’anima.
Questi sono i dischi che piacciono a me, quelli che ascolti in silenzio ad occhi chiusi e che vorresti  non finissero mai. Musica italiana, tanto cuore. MS



Contatti: Danilo Sala Press Office palalido70@yahoo.it

domenica 19 marzo 2017

Alessandro Monti :: Unfolk Collective

ALESSANDRO MONTI :: UNFOLK COLLECTIVE – Intuitive Maps
M.P. & Records
Genere: Sperimentale
Supporto: cd – 2017


Il nuovo lavoro di Alessandro Monti e del progetto Unfolk ha una valenza speciale, 10 anni del progetto stesso, ed i 25 anni della label M.P. & Records.
Il veneziano Alessandro Monti è un cantautore autodidatta che nella carriera artistica ha partecipato a numerosi progetti e collaborazioni, da menzionare quelle con Kevin Hewick, Caveman Shoestore, Gigi Masin, 1991,  Hakkah,  Quanah Parker e Ruins.
“Intuitive Maps” è un lavoro che in sunto racchiude numerose influenze musicali, che vanno dalla World Music al Jazz, passando attraverso la Psichedelia e l’Elettronica. Un percorso che bene viene rappresentato nella grafica di accompagnamento ricca di foto, ossia un viaggio sia geografico che musicale.
Unfolk Collective è composto da Elisabetta Montino, Alessandro Pizzin, Camomatic, Kevin Hewick, Jim Tetlow, Chris Conway, Mark “Flash” Haynes, Misterlee, Steve Escott e appunto Alessandro Monti. Il disco si presenta suddiviso in dieci tracce, e a parte il breve intro creato da Camomatic con il titolo titolo “ESP Sutra”, tutte di media o lunga durata.
Molto spesso l’ascolto necessita la chiusura degli occhi e quindi l’isolamento da ciò che ci circonda per goderne a pieno il risultato. Musica per la mente. In “The Seventh Orbit” il numero sette si presenta in molteplici forme, e la voce di Elisabetta Montino ne è perfetto viatico del messaggio emotivo. Con “Mbuyu Na Mkonge parts 1-3”, brano suddiviso in tre parti, si vola in Africa e quindi percussioni e suoni solari avvolgono l’ascoltatore. Elettronica e Afrobeat per un nuovo percorso di Unfolk Collective dal risultato ipnotico.
Interessante  lasciarsi stupire dal suono minimalista, e capire che spesso bastano poche note e pochi suoni a colpire l’animo dell’ascoltatore, questo si evince all’ascolto di “The Theatre Of Eternal Snows”. John Cale & Terry Riley sono invece gli autori del brano “Church Of Anthrax”, la chitarra elettrica psichedelica si lancia in questo frangente Rock di ottima fattura.
Si ritorna al viaggio onirico con “New Rhodes Tapestry”, musica che ruota attorno alle tastiere e nuovamente al minimalismo. La creatività è legata al compimento del crescendo sonoro, quando le chitarre nuovamente subentrano per evidenziare il lato emotivo e melodico del brano. Una formula che sempre funziona con il suo perché.
Kathmandu, per le strade  gente che cammina con mascherine per l’aria irrespirabile causata da milioni di moto… terra e sabbia ovunque… mucche che cercano qualcosa nei rifiuti tra il caos del traffico… questo è molto altro sono gli spunti che ispirano “Pashupatinath Temple/Ruins Of Kathmandu”. Ancora una volta le percussioni giocano un ruolo fondamentale e primario, mentre le tastiere e l’elettronica impreziosiscono il resto. Struttura etnica perforante e dall’ampio respiro. Con Alessandro Pizzin, Monti nel brano conclusivo “L’Ora Del Biscotto Metafisico” crea un brano improvvisato che personalmente mi colpisce molto. Il piano traccia nuvole di musica che si muovono nell’aria, cambiando di forma e consistenza. Divina e spaziale.
La data di uscita di “Intuitive Maps” e' il 20 marzo, giorno dell’equinozio di primavera e di ultimo quarto di luna.
Un disco per chi vuole ascoltare e isolarsi anche per una sola ora dal mondo che lo circonda. Un viaggio che se preso come si deve, probabilmente non ha bisogno di un ritorno, perché almeno con la mente si ha l’esigenza di sognare, stupire, godere e perché no, sparire. Raro, molto raro. MS


Cast

CAST – Power And Outcome
Progressive Promotion Records
Distribuzione italiana: GT Music
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2017


I messicani Cast hanno girato il mondo, sono venuti anche in Italia, hanno registrato diciannove album in studio a partire dal 1994 e si muovono fra il classico Progressive Rock ed il mezzano New Prog. Una musicalità che fa venire i brividi ad ogni fans del genere, fra tastiere, flauto, violino, chitarre, tuffi nel passato ed uno sguardo nel presente, però? Però non hanno ricevuto il successo che avrebbero dovuto meritare, sono rimasti nel  limbo, solo per fans incalliti, ma per fortuna oggi la Progressive Promotion Records prende in mano la situazione e rilascia questo nuovo album dal titolo “Power And Outcome”.
I bellissimi disegni di Carlos Humaràn e l’artwork di Xaguaro e Juan Carlos Lizarraga, sicuramente richiamano l’attenzione di chi segue il Prog Rock, uno stile fra maschere, face paint e uccelli (questa volta non una gazza ladra, ma un corvo) che non lascia adito a dubbi… E’ Prog!
E che Prog, la mini suite iniziale “Rules Of The Desert” chiarisce immediatamente  le idee al riguardo, i Cast sono ottimi strumentisti e compositori. Ciò che dimostrano di aver capito non è poca cosa, ossia di creare musica in cui gli assolo sono piacevoli e non asfissianti, sempre attenti alla melodia facile, perché in fin dei conti deve sempre restare qualcosa alla fine dell’ascolto del brano. Poi, i cambi di tempo ed umorali che spezzano l’andamento, quindi il tutto rimane variegato ma  non destabilizzante. Piacevoli i momenti di chitarra elettrica che si intersecano con la struttura sostenuta e valorizzata dalle numerose tastiere.
New Prog nella successiva title track, difficile credere di ascoltare una band del Messico e non dell’ Inghilterra. Buono l’uso delle voci e delle coralità che giocano fra effetti sonori e cori. Molta enfasi e grandezza.
Il piano apre “Details, a. Circle Spins”, un'altra mini suite questa volta suddivisa in due trance, la seconda dal titolo “Details, b. Start Again”. Qui compaiono anche momenti più vintage e classicismi, grazie anche all’uso del violino da parte di Roberto Izzo. La band ad onor di cronaca viene completata da Alfonso Vidales (tastiere), Antoniao Bringas (batteria), Claudio Cudero (chitarra), Carlos Humaran (basso), Bobby Vidales (voce) e Lupita Ancuna (voce).
Tantissima la carne al fuoco e gli strumentisti dimostrano di essere una rodata macchina da guerra, perfettamente oliata e assoluta. Le parti strumentali sono negli assolo devastanti sotto molteplici aspetti, grazie appunto all’equilibrio perfetto all’interno della band, un suono imponente come nella seconda parte della succitata mini suite.
Sotto alcuni aspetti si possono riscontrare agganci anche con la nostrana PFM.
I Marillion dimostrano di conoscerli e “Through Stained Glass” fa la spia. Solare “Illusion And Tribulations”, l’ariosa apertura raggiunge l’apice nell’assolo di chitarra elettrica. Le fughe strumentali proseguono in “The Gathering” per placarsi nella strumentale “Conquest”. La breve “Full Circle, prettamente voce e tastiere, introduce alla conclusiva “Dialect For The 21st Century”, degna conclusione dell’opera in analisi.
Che disco! Resto con la speranza che prima o poi ne esca anche una versione in vinile. Merita. MS